Che differenza tra domicilio e residenza?

Per capire la differenza tra residenza e domicilio è necessario considerare il luogo in cui un soggetto vive stabilmente da quello in cui hanno luogo i suoi principali interessi.

Nell’uso comune, non si fa differenza tra domicilio e residenza per indicare il luogo in cui si vive.

Secondo la legge invece, i due termini non hanno lo stesso significato:

  • la residenza è il luogo in cui una persona vive in modo stabile e duraturo;
  • il domicilio è il luogo in cui una persona stabilisce la sede dei propri affari e interessi.

Per fissare la propria residenza, bisogna dichiarare al comune il luogo in cui si vive in modo abituale. Successivamente il comune verificherà se il cittadino vive realmente nel luogo dichiarato.

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Il domicilio può coincidere con la residenza oppure no. Per esempio, il proprio ufficio può essere fissato come domicilio, soprattutto se è distante dal luogo di residenza.

La legge prevede l’obbligo di fissare il luogo di residenza o di dichiararne il cambio. Per comunicare il proprio domicilio, solo se diverso dalla residenza, basta redigere una dichiarazione scritta.

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Differenza tra domicilio e residenza: cos’è la residenza

Secondo l’articolo 43 del Codice Civile, la residenza è il luogo in cui la persona ha dimora abituale, ovvero dove vive abitualmente [1].

E’ obbligatorio chiedere l’iscrizione nel registro dell’anagrafe, per fissare la residenza nel comune in cui si vive abitualmente. Inoltre bisogna comunicare il cambio di residenza, in caso di trasferimento in modo stabile in un nuovo comune.

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Se ci si trasferisce in modo temporaneo, non serve dichiarare il cambio di residenza. Quest’ultima si deve fissare, solo quando un soggetto vive in modo abituale in un determinato luogo. Se per esempio si va in vacanza, si parla solo di dimora e non serve effettuare nessuna comunicazione [2].

Entro 45 giorni dalla richiesta di cambio di residenza, la polizia municipalesi recherà all’indirizzo fissato per accertarsi della veridicità della dichiarazione. In caso di dichiarazioni false, bisognerà pagare una sanzione amministrativa da 25,82 a 129,11 euro [3].

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Tali sanzioni sono previste, perché l’indicazione di una residenza comporta vari oneri, diritti e vantaggi per il cittadino:

  • l’iscrizione alla lista elettorale del Comune indicato;
  • la scelta del medico di famiglia;
  • gli adempimenti da svolgere in caso di matrimonio;
  • la ricezione di raccomandate o di atti giudiziari;
  • la competenza dei tribunali e degli uffici giudiziari;
  • la ricezione di certificati anagrafici;
  • l’accesso ai servizi demografici del proprio Comune.

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Differenza tra domicilio e residenza: cos’è il domicilio

Secondo l’articolo 43 del Codice Civile, il domicilio è invece il luogo in cui una persona stabilisce la sede dei suoi affari e interessi [1].

Dunque c’è una sostanziale differenza tra i due concetti:

  • la residenza rappresenta il posto in cui un soggetto vive;
  • il domicilio indica la sede della sua vita professionale o di un suo specifico affare (una causa giudiziale).

Domicilio e residenza possono coincidere oppure no. Se non coincidono, basta solo effettuare una dichiarazione nella quale si comunica il proprio domicilio. Questa dichiarazione non è una pratica amministrativa, in altre parole la comunicazione del domicilio è indicata solo per la propria attività lavorativa e i propri interessi.

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Differenza tra domicilio e residenza: agevolazioni sulla prima casa

L’indicazione della residenza è indispensabile ai fini delle agevolazioni sulla prima casa e delle imposte come l’IMU e la Tasi.

Per avere diritto alle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, è necessario stabilire, entro 18 mesi, la residenza nel comune in cui è situato l’immobile.

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Le esenzioni IMU e Tasi riguardano l’abitazione principale, ovvero il luogo dove risiede abitualmente un soggetto.

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La residenza è importante anche per chiedere:

  • la detrazione degli interessi del mutuo;
  • la detrazione delle spese di agenzia;
  • le donazioni di immobili tra genitori e figli.

Il soggetto può eleggere un domicilio diverso dalla residenza, nonostante abbia richiesto queste agevolazioni.

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Autocertificazione di residenza

Il cittadino può dichiarare di risiedere presso un determinato indirizzo, assumendosi la responsabilità di ciò che sta autocertificando. Spesso, infatti, tra i vari documenti richiesti per portare a termine determinate pratiche viene richiesto proprio un certificato per attestare il Comune e la dimora presso il quale risiede un soggetto.

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In altre parole si tratta di un documento sostitutivo di una certificazione ufficiale, cioè utile a “rimpiazzare” quelli generalmente rilasciati dagli enti pubblici. Lo scopo è quello di favorire una maggiore flessibilità e praticità, eliminando una parte della burocrazia che troppo spesso manda in tilt il nostro Paese.Tale possibilità è stata introdotta e regolamentata dal D.P.R. 445/2000.

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Per effettuare un’autocertificazione è sufficiente compilare un foglio e sottoscriverlo, sia personalmente davanti a un dipendente pubblico, sia inviandolo tramite posta ordinaria all’ufficio interessato, allegando una fotocopia di un documento di identità.

L’autocertificazione può essere utilizzata anche per comunicare agli enti pubblici:

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  • il luogo e data di nascita
  • la cittadinanza
  • lo stato civile
  • lo stato di famiglia
  • il titolo di studio
  • di non avere condanne penali
  • lo stato di disoccupazione

Ovviamente le informazioni devono essere vere, in quanto l’istituzione che riceve l’autocertificazione può effettuare dei controlli per accertarsi sulla veridicità dei dati. Se il contenuto dovesse essere falso, possono essere applicate delle sanzioni.

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In particolare, dichiarando informazioni non vere, una persona può essere accusata del reato di falso, secondo quanto previsto dall’art.483 del codice penale:

Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico (1), fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità (2), è punito con la reclusione fino a due anni.​Se si tratta di false attestazioni in atti dello stato civile, la reclusione non può essere inferiore a tre mesi.

Oltre a ciò, va sottolineato anche che l’art. 495 del c.p. prevede delle sanzioni per chi attesta falsamente la propria identità:

Chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona è punito con la reclusione da uno a sei anni.

Il domicilio digitale

Tra le novità introdotte dal recente Codice dell’Amministrazione Digitale c’è la possibilità di avere un domicilio digitale, cioè un indirizzo di posta elettronica certificata, PEC, da utilizzare per le comunicazioni con la Pubblica Amministrazione.

Si tratta di una modalità per rendere più comodo e pratico comunicare con la Pubblica Amministrazione, anche in tempo reale e senza intermediari.
Per fare ciò l’indirizzo elettronico deve essere iscritto all’Anagrafe nazionale online, per essere utilizzato al posto di quello fisico. E’ un modo per ricevere tutte le notifiche di atti giudiziari, cartelle esattoriali, multe o altro, direttamente tramite PEC.

Quindi, per inviare una comunicazione con valore legale, la PA, non è più costretta a inviare una lettera raccomandata, andando a ridurre le tempistiche e i costi relativi.

D’altro canto un cittadino ha la possibilità di leggere le notifiche inviate al proprio domicilio digitale, direttamente sullo smartphone o sul tablet, in qualsiasi posto si trovi, in totale comodità e semplicità.
Tutto ciò ha anche l’obiettivo di dematerializzare gli archivi pubblici, rendendo le amministrazioni più efficienti e snelle, in grado di semplificare la vita alle persone invece di complicarla, come accade spesso.

Un cambiamento di questo tipo, rappresenta un ulteriore passo in avanti per il completamento della cosiddetta cittadinanza digitale.

[1] Art. 43 cod. civ.

[2] L. n. 1228/1954 (cosiddetta «legge anagrafica»).

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[3] Art. 11, L. n. 1228/1954.

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